Ultimo aggiornamento: 18 Agosto 2026 — di Marco Regazzo
Gli eventi virtuali non sono morti: è morta la loro imitazione della fiera fisica. Padiglioni 3D, avatar che camminano, corridoi da percorrere col mouse: quella roba è sparita nel giro di due stagioni. Quello che è rimasto — e che continuiamo a costruire — sono tre cose sole: lo stand come raccolta contatti asincrona, il catalogo che resta online dopo l’evento, e le sessioni on-demand trattate come contenuto, non come registrazione.
Nel 2020 sono nate millemila piattaforme. Nel 2023 ne restava una manciata.
Ricordi la primavera del 2020? Nel giro di sei settimane è nata una piattaforma per eventi virtuali ogni volta che qualcuno apriva un editor. Chiunque avesse un player video e un modulo di iscrizione si è dichiarato «piattaforma per eventi virtuali», ha messo su un sito con lo stand in 3D nell’header e ha aspettato la fila.
Nel 2022-23 ne restava una manciata. Le altre erano esercizi di stile sull’onda di un’esigenza in cui quel provider non aveva mai creduto davvero: hanno cavalcato una domanda d’emergenza, e quando l’emergenza è finita non avevano nessun motivo per restare. Non è un giudizio morale, è aritmetica: chi costruisce una cosa perché ci crede la mantiene anche quando smette di essere di moda; chi la costruisce perché è di moda la spegne quando la moda passa.
Questo è il pezzo di storia che serve tenere a mente prima di firmare qualsiasi contratto oggi. Perché la domanda che senti fare in ogni riunione — «ma la fiera virtuale è ancora una cosa?» — è la domanda sbagliata.
La domanda giusta non è se la fiera virtuale sia morta
La domanda giusta è: cosa ci facevi dentro?
Se la risposta è «riproducevo la fiera fisica su uno schermo», allora sì, quella è morta, ed è morta bene. Nessuno sente la mancanza del padiglione poligonale con le texture di moquette, del proprio avatar che cammina lungo un corridoio per tre minuti prima di arrivare a uno stand, del sottofondo di brusio finto per «ricreare l’atmosfera».
Chiamiamola col suo nome: lo stand-Potemkin. Una facciata costruita per essere fotografata dal board, con dietro il nulla. Faceva sei minuti di sessione media, zero conversazioni e un report che nessuno ha mai riaperto.
E siamo onesti fino in fondo, perché l’acido va versato anche su di noi: in quella stagione quei capitolati li abbiamo letti anche noi, e più di una volta abbiamo dovuto spiegare al cliente che il padiglione 3D che aveva visto in demo gli sarebbe costato quanto un evento vero per portargli un decimo dei contatti. Qualcuno ci ha ascoltato. Qualcuno è andato a comprarlo altrove, e un anno dopo è tornato.
Il virtuale non è fallito perché era virtuale. È fallito dove ha provato a essere una brutta copia del fisico, invece di fare la cosa che il fisico non sa fare: restare acceso.
Le tre cose che funzionano ancora
Tolta la crosta, sotto c’è del metallo buono. Sono tre, e le riconosci perché hanno tutte la stessa proprietà: funzionano quando tu non ci sei.
Lo stand virtuale come raccolta contatti asincrona
Gli stand virtuali che reggono non sono stanze: sono schede. Una pagina per espositore con il materiale scaricabile, un form che scrive nel CRM giusto, un calendario per prenotare una call, e una persona vera che risponde entro ventiquattr’ore. Zero 3D, zero avatar.
Sembra poco ambizioso? È esattamente il punto. Uno stand fisico costa decine di migliaia di euro e vive tre giorni; una scheda ben fatta costa una frazione e vive dodici mesi, raccogliendo contatti mentre tu sei in riunione da un’altra parte. La differenza non è la grafica: è che il primo smette di lavorare quando spegni le luci, il secondo no.
Il catalogo che resta online quando l’evento è finito
La seconda cosa che è sopravvissuta è la più noiosa e la più redditizia: l’evento che non chiude. Il palinsesto resta consultabile, le schede prodotto restano indicizzate, i documenti restano scaricabili dietro un form.
Qui sta il ribaltamento che quasi nessuno fa: un evento virtuale progettato bene non è un evento, è un sito che per due giorni fa anche il live. Chi lo progetta al contrario — un live che poi, forse, lascia un archivio — butta via l’ottanta per cento del valore la sera stessa.
Le sessioni on-demand come contenuto, non come registrazione
«Registriamo tutto e lo mettiamo online» non è una strategia on-demand: è un armadio. Una registrazione integrale di novanta minuti con i primi sei di attesa e il moderatore che chiede «mi sentite?» non la guarda nessuno, e il dato lo conferma ogni volta che lo misuriamo.
Una sessione on-demand è un’altra cosa: tagliata, titolata con la domanda a cui risponde, con i capitoli, e pubblicata come si pubblica un articolo. Su questo abbiamo una posizione netta e ce la teniamo: la diretta è il girato, il prodotto sono le pillole.
Come si compra oggi una piattaforma per eventi virtuali
Se stai valutando una piattaforma per eventi virtuali, la selezione naturale del 2022-23 ti ha già fatto metà del lavoro: chi è rimasto sul mercato dopo il crollo della domanda d’emergenza ci è rimasto per una ragione. Il tuo problema non è più «quale ha più funzioni», è capire per quale mestiere è stata costruita.
Le tre domande che facciamo fare ai clienti, in quest’ordine:
- Cosa succede il giorno dopo? Se la risposta è «esporti un CSV», hai comprato un player video con un form davanti. Se i contatti nascono già dentro il CRM che usi da anni, hai comprato una piattaforma.
- Con che cosa parla? Mass mailer, sito e landing, CRM, SSO e database utenti: sono i sistemi che l’azienda presidia da sempre e che nessuno ha intenzione di duplicare per un evento da tre ore. Una piattaforma che pretende di sostituirli perde, e perde in fretta.
- Chi c’è in regia? Il software non manda in onda niente da solo. Se il fornitore ti vende la licenza e ti augura buona fortuna, il rischio operativo è tutto tuo.
È la stessa griglia della piattaforma per eventi digitali letta dal lato del virtuale, dove la checklist sta in otto punti. E per onestà intellettuale va detto da dove parliamo: in Primo Round sviluppiamo in casa la nostra piattaforma dal 2016, cioè da quattro anni prima che diventasse di moda e da tre anni prima che smettesse di esserlo. L’abbiamo costruita su un principio solo e scomodo — massimo focus e massima complessità sull’unica cosa che le aziende non presidiano già, l’execution dell’evento online, e massima apertura verso tutto il resto.
Non è generosità. Su un grande portale eventi con cui abbiamo lavorato, negli anni del picco erano integrate quattro piattaforme diverse. Oggi ne è rimasta una: non la più ricca di funzioni — quella che faceva bene il suo mestiere e non provava a fare quello degli altri.
Virtuale o ibrido? Dipende da chi non può venire
L’ultima cosa da dire è quella che ci costa di più, quindi la diciamo per prima: nella maggior parte dei casi B2B, oggi, l’ibrido batte il virtuale puro. Ne abbiamo scritto per esteso in perché l’ibrido ha vinto sulla fiera virtuale, e non ci siamo rimangiati una riga.
Ma «nella maggior parte» non è «sempre», e il criterio non è il budget: è chi non può venire, e perché. Se il tuo pubblico è distribuito su otto fusi orari, se metà lavora su turni, se è composto da rivenditori che non prenderanno mai un aereo per una giornata di formazione — allora il virtuale puro non è il ripiego dell’ibrido: è il formato giusto, e l’ibrido sarebbe una sala mezza vuota fotografata male.
Se invece il tuo pubblico è a due ore di treno e la ragione per cui stai valutando il virtuale è che costa meno, ti stai raccontando una storia. Il quadro completo del formato sta nella guida agli eventi ibridi.
Domande frequenti
Gli eventi virtuali sono ancora utili nel 2026?
Sì, quando il pubblico non può spostarsi: fusi orari diversi, turni, reti di rivenditori. Quello che non funziona più è la riproduzione 3D della fiera fisica — padiglioni, avatar, corridoi da percorrere.
Che differenza c’è tra un evento virtuale e un evento ibrido?
L’evento virtuale si svolge solo online; l’ibrido ha anche una sede fisica con pubblico in sala. Non è una questione di budget: si sceglie in base a chi non può venire e perché.
Gli stand virtuali servono ancora a qualcosa?
Sì, se sono schede e non stanze: materiale scaricabile, form collegato al CRM, calendario per prenotare una call. Uno stand fisico vive tre giorni, una scheda ben fatta raccoglie contatti per dodici mesi.
Quanto deve durare una fiera virtuale B2B?
Il live va tenuto corto — mezza giornata è quasi sempre troppo — perché il valore non sta nella durata della diretta ma in quanto resta online dopo. L’errore classico è replicare i tre giorni della fiera fisica.
Basta registrare le sessioni per avere un on-demand?
No. Una registrazione integrale con i primi minuti di attesa non la guarda nessuno. L’on-demand è materiale tagliato, titolato con la domanda a cui risponde e pubblicato come si pubblica un articolo.
Primo Round
Stai valutando un evento virtuale e non sai se è il formato giusto?
Raccontaci chi è il tuo pubblico e perché non può venire. Ti diciamo se serve il virtuale, l’ibrido o niente di tutto e due — anche quando la risposta ci fa vendere di meno.