Ultimo aggiornamento: 31 Agosto 2026 — di Marco Regazzo
Un tavolo touch per fiere ed eventi si gioca sulla trasportabilità, non sui pollici dello schermo. Abbiamo progettato un tavolo con gambe in lame di Corian da 3 cm che si smontano e vanno in un flycase: in un Ducato ce ne stanno sette. Ne abbiamo costruiti 35, per circa 250 eventi in cinque-sei anni.
Il mercato dei tavoli touch è pieno di due tipi di tavoli, ed entrambi non ti servono.
Il primo è brutto. Un parallelepipedo con un monitor incollato sopra, o un tavolo con delle gambe che sembrano uscite da un ufficio del catasto. Il secondo è super hi-tech e completamente impratico: bellissimo nel rendering, e nato per stare fermo in un atrio, non per girare l’Italia dentro un furgone. Pesa, è ingombrante, e quando lo devi portare in fiera scopri che il problema vero non è il touch. È il camion.
Perché è lì che si gioca tutto, quando un tavolo touch lo usi davvero. Non nella sala riunioni dove lo fotografi, ma nel montaggio delle sette del mattino in un padiglione, nel trasporto da una fiera all’altra, nel rimontarlo la settimana dopo dall’altra parte d’Italia senza che sia arrivato ammaccato. Chi progetta il tavolo pensando solo a come sta fermo ha risolto il 10% del problema e ti ha lasciato l’altro 90% sul groppone.
In Primo Round quel 90% l’abbiamo preso di petto, e ci abbiamo rotto qualche gamba prima di risolverlo. Questa è la storia di come.
Il problema che nessun catalogo scrive: la logistica
Facciamo i conti che nessuno fa in fase di acquisto. Un tavolo touch «da esposizione» tradizionale è un blocco. Lo carichi, lo trasporti intero, lo scarichi intero, e in un furgone ce ne stanno uno o due prima che tu abbia finito lo spazio. Moltiplica per il numero di eventi in un anno, per i chilometri, per le persone che servono a movimentarlo, e hai un costo logistico che sul preventivo iniziale non c’era e nella vita reale c’è tutti i giorni.
Il tavolo che serve a chi fa fiere ed eventi ha un requisito prima di tutti gli altri: deve smontarsi in fretta, entrare in un contenitore standard e occupare poco. Tutto il resto (lo schermo, il software, i contenuti) viene dopo, perché se il tavolo non arriva sano e montabile in mezz’ora, lo schermo migliore del mondo è fermo in magazzino.
Per questo abbiamo progettato il tavolo al contrario rispetto al mercato. Non «un bel tavolo che poi vediamo come trasportare», ma «un oggetto che deve viaggiare, e che per fortuna è anche bello».
La soluzione: gambe che sono lame, e un flycase
Il piano è sottile. Le gambe sono lame di Corian da 3 centimetri, che si smontano in pochi gesti e si alloggiano in un flycase. Il piano touch, a sua volta, va in un flycase suo. Risultato: il tavolo intero si scompone in due colli standard, impilabili, che un corriere tratta come tratta qualunque altra cassa.
Il numero che chiude il ragionamento è questo: in un Ducato normale ce ne stanno fino a sette. Non uno, non due. Sette tavoli touch in un furgone che noleggi sotto casa, senza bisogno di una motrice. È la differenza tra portare l’installazione in una sala congressuale a costo di un furgoncino e doverci mandare un trasporto dedicato. Su una stagione di eventi, quella differenza non è un dettaglio: è la voce che decide se il tavolo touch è uno strumento che usi o un cimelio che tieni in magazzino perché muoverlo costa troppo.
Il Corian non è stato una scelta estetica e basta. È un materiale dell’arredamento, elegante, e soprattutto facilmente pulibile: a ogni installazione il tavolo si rimette «a nuovo» con un gesto, e in fiera, dove ogni superficie viene toccata da mille mani in tre giorni, questa è una cosa che vale più di quanto sembri.
Il nodo tecnico: perché una gamba di Corian si spezza (e come l’abbiamo fermata)
Qui arriva la parte onesta, quella che nei case study di solito si nasconde. Il Corian è duttile ma cristallino. Una lastra da 3 centimetri che regge il peso di un tavolo è bellissima, finché non arriva la vita reale di una fiera: una sedia che sbatte contro il tavolo, una pedata involontaria alla base della gamba. Non serve un colpo forte. Basta un urto laterale mediocre nel punto sbagliato, e l’effetto leva su quella lastra sottile la spezza.
L’abbiamo scoperto sul campo, che è il posto peggiore per scoprirlo. E non l’abbiamo risolto al primo tentativo: ci siamo passati attraverso tre versioni del tavolo e diversi prototipi, lavorando fianco a fianco con le ditte artigiane che producevano il materiale. La soluzione che tiene è annegare nella gamba una lastra alveolare di alluminio: è quella che sorregge i carichi e dà stabilità dinamica alla gamba, mentre il Corian resta la superficie elegante che si vede. La lama sottile è rimasta sottile a vederla; dentro, adesso, c’è una struttura che regge la pedata e la sedia.
Diciamo la verità: tre versioni vuol dire che le prime due, in qualche misura, si sono rotte. È il prezzo di progettare un oggetto per l’uso reale e non per il rendering. La differenza tra chi te lo vende e chi te lo fa funzionare è tutta qui: chi te lo vende ti consegna la versione uno e ti augura buona fortuna; chi te lo fa funzionare arriva alla versione tre perché ha visto rompersi la uno e la due, e ha imparato dove.
Hardware, software e contenuti: il tavolo è solo il terzo del lavoro
Un tavolo touch non è un mobile con uno schermo. È tre mestieri in uno: l’hardware (il tavolo, il monitor, la meccanica), il software (l’interfaccia che gira sul touch) e i contenuti (cosa il visitatore tocca, vede, esplora). Chi ti vende solo il mobile ti ha dato un terzo del lavoro e ti ha lasciato gli altri due sul tavolo, è il caso di dirlo.
Il tavolo touch che funziona in fiera è quello dove i tre pezzi sono pensati insieme: la meccanica che regge l’uso intenso, l’interfaccia che una persona capisce in due secondi mentre passa, e un contenuto costruito per il corridoio, non per una demo tranquilla in ufficio. Averli fatti tutti e tre, per 35 tavoli e 250 eventi, è la ragione per cui sappiamo dove si rompono le cose: non nel rendering, ma nel terzo giorno di fiera alle cinque del pomeriggio.
I numeri, perché senza numeri è solo una brochure
Non fidarti della parola di chi ti racconta un progetto: guarda i numeri. Negli anni abbiamo realizzato 35 tavoli touch. Li abbiamo movimentati per l’Italia per gestire circa 250 eventi nel corso di cinque-sei anni. Sette che entrano in un Ducato, due colli per tavolo, tre versioni per arrivare alla gamba che non si spezza. Questi non sono numeri da slide: sono il registro di quante volte un oggetto è stato caricato, scaricato, montato, toccato da estranei e rimesso in cassa.
È questa la differenza tra un prototipo e uno strumento. Il prototipo lo vedi una volta, in una foto, perfetto. Lo strumento lo vedi 250 volte, e le prime due gambe rotte sono la prova che lo hai usato davvero.
Quando il materiale diventa il messaggio
C’è un secondo capitolo, e racconta bene cosa vuol dire fare hardware su misura invece di comprarlo a catalogo. Un cliente che produceva un materiale per superfici, concorrente del Corian, voleva portare i tavoli touch in fiera. Il senso, per lui, non era solo avere un tavolo interattivo: era che quel tavolo fosse fatto del suo materiale, così l’oggetto stesso diventava una dimostrazione del prodotto che vendeva.
Abbiamo rifatto il tavolo usando il suo materiale lapideo composito, in due misure diverse. Il tavolo touch, in quel caso, ha smesso di essere un accessorio dello stand ed è diventato il campione più grande e più toccato dell’intera fiera: chiunque ci appoggiava le mani sopra stava, senza saperlo, provando la superficie che il cliente vendeva. È il tipo di cosa che con un tavolo comprato a catalogo non puoi fare, perché il catalogo ha il suo materiale e basta.
Domande frequenti
Un tavolo touch a noleggio o su misura, per una fiera?
Dipende da quante volte lo userai e da quanto conta che sia tuo. Per un evento singolo, il noleggio di un tavolo standard ha senso. Se fai molti eventi, o se il tavolo deve reggere anni di trasporti e magari rappresentare il tuo materiale o il tuo brand, il su misura pensato per viaggiare si ripaga: è la differenza tra un oggetto che sopravvive a una stagione di fiere e uno che si ammacca al terzo trasloco.
Perché la trasportabilità conta più dello schermo?
Perché lo schermo lo scegli una volta, il trasporto lo paghi a ogni evento. Un tavolo che non si smonta, o che entra intero in un furgone occupandolo tutto, ti costa in logistica a ogni singola uscita. Un tavolo che si scompone in due colli standard e ne fa stare sette in un Ducato cambia l’economia dell’intera stagione. Lo schermo migliore su un tavolo che non riesci a muovere resta in magazzino.
Che succede alle gambe sottili con l'uso intenso?
Se sono solo di un materiale bello ma fragile, si spezzano: basta un urto laterale nel punto sbagliato, una sedia o una pedata, e l’effetto leva fa il resto. La soluzione non è ingrossare la gamba e rovinare il design, ma dare alla gamba un’anima strutturale nascosta (nel nostro caso una lastra alveolare di alluminio annegata nel Corian) che regge i carichi mentre la superficie resta sottile ed elegante.
Fate solo il tavolo o anche software e contenuti?
Tutti e tre. Il tavolo è il terzo più visibile del lavoro; gli altri due sono l’interfaccia che una persona capisce al volo e i contenuti pensati per essere toccati in fiera, dove hai pochi secondi e mille mani. Un tavolo touch senza software e contenuti pensati per il contesto è un monitor orizzontale costoso.