Ultimo aggiornamento: 30 Agosto 2026 — di Marco Regazzo
In breve. I contenuti su un ledwall non si progettano “a 1080p”: si progettano sulla risoluzione reale di quella superficie, che dipende dalle dimensioni fisiche e dal passo. Un ledwall 4×3 metri a passo 2.5 non è Full HD: è circa 1600×1200 pixel, formato 4:3. Se gli mandi un contenuto 1920×1080, o lo stira o ti riempie i lati di bande nere. La regola d’oro è una sola: fatti dare la risoluzione esatta dal fornitore prima di aprire PowerPoint, progetta il canvas a quella misura (1:1), tieni il testo dentro una safe area leggibile anche dall’ultima fila, e decidi prima dove va il riquadro del relatore (il PiP) in modo che non copra mai il contenuto. Chi salta questo passaggio si ritrova con slide deformate, testo che sparisce dalla decima fila e il relatore “gigante” che nasconde metà grafico. E lo scopre in sala, con la platea che guarda.
Questo è il pezzo più operativo del cluster. Se stai leggendo perché “il ledwall ce l’abbiamo, ora ci mettiamo su le slide”, sei nel posto giusto, ed è il momento in cui la maggior parte degli organizer sbaglia. Non perché siano distratti: perché nessuno gli ha mai detto che quella superficie luminosa non funziona come il videoproiettore a cui sono abituati. Facciamo chiarezza.
Il problema che nessuno ti dice: il ledwall non è un proiettore
Con un videoproiettore hai margine. Mandi un segnale, lui lo adatta, e se le proporzioni non tornano al massimo vedi un’immagine un po’ più piccola con una cornice attorno. Fastidioso, ma perdonabile. Il ledwall no. Il ledwall è una griglia di pixel fisici, punti di luce montati a una distanza precisa l’uno dall’altro, il famoso passo (o pixel pitch). Quei pixel sono lì, quel numero è quello e non se ne aggiungono altri. Se il tuo contenuto ha un numero di pixel diverso dalla superficie, il processore deve inventarsi cosa mostrare: interpola, scala, ammorbidisce. E si vede.
Ecco perché “progetta a 1080p” è il consiglio sbagliato più diffuso del settore. 1920×1080 è la risoluzione di uno schermo TV di consumo, non di quel preciso ledwall che hai a noleggio. Le due cose coincidono solo per coincidenza, e nella stragrande maggioranza dei casi non coincidono per niente.
La risoluzione VERA della tua superficie (e come calcolarla)
La risoluzione reale di un ledwall si ricava da due numeri: le dimensioni fisiche (in metri) e il passo (in millimetri). Il passo ti dice quanti millimetri ci sono tra un pixel e il successivo. Da lì il conto è banale:
pixel orizzontali = larghezza in mm ÷ passo in mm
Prendiamo l’esempio concreto: un ledwall 4 metri × 3 metri a passo 2.5 mm.
- Larghezza: 4000 mm ÷ 2.5 = 1600 pixel
- Altezza: 3000 mm ÷ 2.5 = 1200 pixel
Risoluzione reale: 1600×1200 px, formato 4:3. Non è Full HD, non è 4K, non è niente di “standard”. È esattamente quella superficie, con quel passo. Cambia una delle due variabili e cambia tutto: lo stesso 4×3 metri a passo 1.9 diventa circa 2100×1580 px; a passo 3.9 scende a poco più di 1000×770. Stessa superficie fisica, tre “tele” completamente diverse su cui disegnare.
C’è un dettaglio pratico che l’organizer non sa e il fornitore dà per scontato: i ledwall si compongono di moduli (spesso cabinet da 50×50 cm o simili), quindi la risoluzione finale è la somma dei moduli, non un numero rotondo. Un allestimento reale può darti 1728×1152 o 1920×1088, numeri strani che non trovi in nessun menu a tendina di PowerPoint. Questi numeri li conosce solo chi ha progettato quella configurazione. Ed è per questo che la prima domanda al fornitore non è “che ledwall usiamo”, ma “che risoluzione esatta in pixel avrà la superficie montata per il mio evento“. Non il modello, non il passo: il numero finale. Se te lo sanno dire al volo, buon segno. Se ti rispondono “eh, dipende, poi vediamo”, occhio.
Sul rapporto tra passo, distanza di visione e risoluzione abbiamo dedicato un pezzo intero: se non hai chiaro perché un passo 2.5 e uno 1.9 non sono intercambiabili, parti da lì — Noleggio ledwall indoor: passo, risoluzione e struttura. Qui diamo per acquisito che il numero di pixel te lo sei fatto dare, e lavoriamo su cosa ci metti sopra.
Progettare sul canvas reale (1:1), non “adattando” dopo
Una volta che hai il numero — mettiamo 1600×1200 — apri il tuo strumento di grafica (o dai istruzioni a chi ti fa le slide) e imposti la dimensione della diapositiva a quei pixel esatti. In PowerPoint e Keynote puoi impostare una dimensione personalizzata; in Photoshop, Figma, After Effects o qualsiasi strumento serio la cosa è ancora più diretta. È il concetto di canvas 1:1: un pixel del tuo file corrisponde a un pixel fisico sul ledwall. Nessuna scalatura, nessuna interpolazione, nessuna sorpresa.
Il vantaggio è enorme e concreto:
- Il testo esce nitido come l’hai disegnato, non ammorbidito.
- Le linee sottili e i loghi restano puliti invece di sfarfallare.
- Sai esattamente quanto spazio hai e dove finisce il bordo.
- Chi compone la regia riceve un file che “cade” al pixel giusto, senza dover ridimensionare (e quindi degradare) niente.
L’errore opposto — progettare a 1920×1080 “tanto poi si adatta” — è la fabbrica delle slide stirate. Il processore prende il tuo 16:9 e lo deve infilare in un 4:3: o lo schiaccia in verticale (le facce diventano larghe, i cerchi diventano uova), o lo appoggia lasciando bande. Nessuna delle due è quello che avevi in testa quando hai approvato la grafica.
Piccola nota per i formati esagerati: se il ledwall è molto panoramico (tipo 21:9, o superfici a nastro larghe e basse dietro il palco) la risoluzione reale può diventare enorme e sproporzionata, 3000 pixel di larghezza per 800 di altezza, per dire. Lì progettare a 1:1 non è un vezzo da grafici, è l’unico modo per non fare disastri. E spesso conviene ragionare a zone: una fascia centrale per il contenuto “vero” (le slide) e le ali per branding, decorazioni o dati di contorno.
Aspect ratio: letterbox, pillarbox o full-bleed?
Qui arriva la decisione che l’organizer deve prendere consapevolmente, non subire. Il tuo materiale di partenza è quasi sempre in 16:9 (le slide aziendali, i video, il montato). La superficie invece ha il formato che ha. Hai tre strade, e ognuna ha un prezzo.
1. Letterbox / Pillarbox — tieni il tuo 16:9 e accetti le bande.
Metti il contenuto 16:9 dentro la superficie rispettando le proporzioni. Se il ledwall è più “quadrato” (4:3) ti restano bande sopra e sotto (letterbox); se è più panoramico ti restano ai lati (pillarbox).
Pro: zero rifacimento, le slide restano come sono, nessuna deformazione.
Contro: stai sprecando superficie luminosa costosa per mostrare del nero. Su un ledwall — che di solito noleggi proprio perché fa scena — è un peccato. E le bande nere su LED non sono eleganti come al cinema: sono pixel spenti che si vedono.
2. Stretch — allarghi il 16:9 fino a riempire tutto.
Non farlo. È la deformazione. Lo scrivo esplicitamente perché qualcuno, pur di “riempire”, lo chiede davvero. Il risultato è il relatore con la faccia larga e il logo aziendale schiacciato. È l’errore più visibile e più imperdonabile: se ne accorge anche chi non capisce niente di tecnica.
3. Full-bleed — progetti a misura del ledwall.
Butti via il vincolo del 16:9 e disegni le slide direttamente nel formato reale della superficie (il canvas 1:1 di cui sopra). Il contenuto riempie tutto, senza bande e senza deformazioni, perché è nato per quella tela.
Pro: è il risultato migliore, quello “wow”, quello che giustifica la spesa del ledwall.
Contro: costa lavoro. Qualcuno deve rifare (o adattare seriamente) le slide sul formato giusto, e questo va messo a preventivo e in agenda prima, non la sera prima.
La scelta onesta, per un evento che tiene al risultato, è full-bleed sui contenuti-chiave (apertura, titoli di sezione, sfondi scenografici, dati che devono impressionare) e letterbox/pillarbox composto bene per le slide dei relatori esterni, che quasi sempre arrivano in 16:9 e non hai modo di rifare. La parola chiave è “composto bene”: il 16:9 del relatore non lo appoggi nudo con le bande nere, lo incornici dentro una grafica di sfondo brandizzata che riempie il resto della superficie. Il pubblico vede una slide dentro una scenografia, non una slide con due buchi neri intorno. Questa composizione — slide più sfondo più eventuale relatore — la fa un media server con un operatore, e ci arriviamo tra poco.
Safe area e leggibilità: il testo che sopravvive alla decima fila (e alla ripresa)
Il ledwall è una superficie grande e luminosa, e questo inganna: sembra che qualsiasi cosa ci metti sopra sia leggibile. Non è così. Un ledwall si guarda da lontano, e la leggibilità dipende dal passo (quanto sono fitti i pixel) incrociato con la distanza di visione (quanto è distante l’ultima fila).
La regola pratica che circola nel settore — e che vale come punto di partenza, non come vangelo — è che l’altezza del carattere dovrebbe essere almeno 1/150 della distanza di visione più lontana. Ultima fila a 30 metri? Il testo più piccolo dovrebbe stare intorno ai 20 cm di altezza sul ledwall reale. Tradotto in pixel sul tuo canvas, dipende da quanti pixel per metro ha la superficie, ecco perché torna utile ragionare a 1:1. Il conto esatto lega passo, distanza e dimensione del font, e lo trovi nel dettaglio nello Spoke 1 su passo e risoluzione. Qui basti il principio: il testo va sempre più grande di quanto ti sembra guardando il laptop. Molto più grande.
Poi c’è la safe area: un margine di sicurezza attorno al bordo entro cui non metti niente di importante. Serve per due motivi. Primo, i bordi fisici del ledwall possono avere cornici, giunzioni tra moduli, o semplicemente essere in una posizione poco visibile per chi sta ai lati della sala. Secondo, se l’evento viene ripreso (streaming, registrazione, IMAG sugli schermi laterali), la telecamera taglia sempre un po’ ai bordi, e il testo attaccato all’angolo rischia di uscire dall’inquadratura o di finire distorto. Regola: contenuto importante lontano dai bordi, con un margine generoso — pensa a un buon 5-10% per lato come zona franca.
Sulla leggibilità nella ripresa video c’è un errore subdolo. Un carattere sottile e chiaro va benissimo dal vivo, ma passato attraverso una telecamera e una compressione streaming può diventare una poltiglia illeggibile. Font grassi, alto contrasto (il classico testo chiaro su fondo scuro funziona sempre), niente righe sottili, niente serif microscopici. Il testo deve sopravvivere a due passaggi: l’occhio dell’ultima fila e il sensore della telecamera. Se sopravvive a entrambi, sei a posto.
Un’ultima cosa sui colori: il ledwall spara luce, non la riflette come un proiettore. I colori escono più saturi e brillanti del previsto. Un fondo bianco pieno su un ledwall grande è abbagliante e stanca la platea in trenta secondi. Meglio fondi scuri, colori pieni ma non urlati, e sempre alto contrasto sul testo.
Il PiP del relatore: dove metterlo senza rovinare tutto
Il PiP (picture-in-picture) è il riquadro con dentro il relatore ripreso dal vivo, sovrapposto o accostato al contenuto sul ledwall. È l’elemento che trasforma una proiezione di slide in un evento che sembra una trasmissione. Ed è anche il punto dove si combinano i disastri più frequenti, tutti evitabilissimi con un minimo di regia.
Dove va il PiP. Le posizioni sensate sono due:
- Angolo (in basso a destra o in basso a sinistra), riquadro piccolo, quando il contenuto delle slide è il protagonista e il relatore fa da “conduttore”.
- Un terzo dello schermo (tipicamente la colonna di destra o di sinistra, split-screen), quando il relatore ha lo stesso peso del contenuto, un keynote in cui la persona conta quanto le slide.
Regola numero uno: il PiP non copre mai il testo delle slide. Sembra ovvio, non lo è. L’errore classico: il relatore viene messo in basso a destra, e quel giorno la slide ha proprio in basso a destra il numero-chiave, la call to action o la fonte del grafico. Risultato: metà della platea non vede il dato per cui il relatore sta parlando. La soluzione non è “sperare”: è progettare le slide sapendo dove starà il PiP. Se il riquadro del relatore vive in basso a destra, quell’area della slide è zona vietata, la tratti come una seconda safe area. Chi fa le slide e chi compone il PiP devono parlarsi prima.
Regola numero due: il relatore non è gigante. Un PiP troppo grande mangia il contenuto e diventa un mezzobusto imbarazzante. Un PiP troppo piccolo è inutile, tanto vale non metterlo. La misura giusta sta nel mezzo e dipende dal formato: nel PiP ad angolo il riquadro deve leggersi ma restare accessorio; nello split, relatore e contenuto si dividono lo spazio in modo pulito, ognuno nel suo terzo o metà, senza sovrapporsi.
Il lower third. È la fascia in basso con nome e ruolo del relatore (“Mario Rossi — Direttore Marketing”). Anche questo occupa spazio nella parte bassa della superficie: se lì sotto hai già il PiP e il logo dell’evento, il lower third va coordinato con loro, non buttato sopra a caso. Nome del relatore, riquadro del relatore e testo della slide non possono litigare per lo stesso angolo.
La morale è sempre la stessa: il layout si decide a tavolino, non in sala. Un semplice schema con il rettangolo della superficie e sopra disegnati i box (contenuto, PiP, lower third, logo) risolve il 90% dei problemi prima che diventino problemi.
Chi pilota i contenuti: “avanti slide” o operatore con media server?
Qui c’è il vero spartiacque, e pesa sia sul risultato sia sul preventivo. Ci sono due mondi.
Mondo 1 — “avanti slide” con un PC. Un computer collegato al ledwall (o al processore) manda le slide, e qualcuno preme freccia-avanti. È il modo più economico e più semplice. Funziona per contenuti lineari: un solo relatore, un solo mazzo di slide, nessun PiP live, nessuna composizione. Se il tuo evento è una presentazione istituzionale in cui scorrono le diapositive e basta, va benissimo e non ha senso spendere di più.
Limiti: niente PiP del relatore composto in tempo reale, niente mescolanza fluida tra slide di sorgenti diverse, transizioni povere, e ogni imprevisto (il relatore che salta una slide, il video che non parte) si vede. E soprattutto: se il PC è in 16:9 e il ledwall no, sei di nuovo nel problema dello stiramento, perché il “avanti slide” spesso non ha nessuno che compone il canvas al formato giusto.
Mondo 2 — operatore con media server che compone live. Un professionista, davanti a un media server (o a un mixer/switcher video di regia), riceve tutte le sorgenti — le slide, la telecamera sul relatore, il branding, i video, eventuali contributi da remoto — e le compone in tempo reale sul canvas del ledwall. È lui che mette il PiP dove deve stare, che incornicia il 16:9 del relatore nella scenografia brandizzata, che fa le transizioni pulite, che manda il video al momento giusto nel frame rate giusto, e che gestisce l’imprevisto senza che il pubblico se ne accorga.
Vantaggi: è l’unico modo per ottenere il risultato “trasmissione”, il full-bleed, il PiP fatto bene e la superficie sfruttata davvero.
Costo: c’è una figura professionale in più e un apparato in più. Va a preventivo, e va capito cosa stai comprando.
Il media server e la catena di segnale (processing, scaling, ridondanza) sono il cuore tecnico di questa composizione: se vuoi capire cosa c’è dietro il “componiamo tutto live”, il pezzo dedicato è lo Spoke 2 su processing e ridondanza. E la scelta tra “mi date il materiale e me lo gestisco io / vi mando un tecnico solo il giorno” contro “gestite voi tutta la regia contenuti” è esattamente la differenza tra i modelli di servizio che vedi nello Spoke 4 — gear-drop vs full-service. Non è un dettaglio tecnico: è chi si prende la responsabilità che i contenuti escano giusti. Se te la prendi tu, devi sapere quello che c’è scritto in questo articolo. Se se la prende il fornitore, devi comunque saperlo per controllare che lo faccia.
I formati/layout tipici (così sai cosa chiedere)
Quando parli col fornitore, avere in testa i layout standard ti fa fare bella figura e ti evita malintesi. I ricorrenti sono quattro:
- Full-screen slide — la slide (progettata sul canvas reale) riempie tutta la superficie. Massimo impatto sul contenuto, nessun relatore a schermo. Ideale per dati, immagini forti, titoli di sezione.
- Slide + PiP relatore — la slide occupa la superficie e il relatore vive in un riquadro (angolo o terzo). Il formato “conferenza moderna” per eccellenza.
- Split (relatore | slide) — lo schermo si divide: da una parte il relatore a figura intera o mezzobusto, dall’altra la slide. Quando la persona conta quanto il contenuto (keynote, storytelling).
- Sfondo scenografico + finestra contenuto — una grafica ambientale brandizzata riempie la superficie, e dentro una “finestra” scorre il contenuto vero (le slide, un video, il PiP). È il modo elegante di gestire il materiale 16:9 in ingresso senza bande nere: la finestra è 16:9, la scenografia riempie il resto.
Nota che questi layout non li puoi ottenere tutti con il “avanti slide”. Lo split, la finestra scenografica e il PiP live vogliono qualcuno che componga. Se in fase di preventivo ti fanno vedere dei render con lo split e la finestra brandizzata, chiedi chi la compone e con cosa: è lì che si capisce se stai comprando un servizio o solo un noleggio di ferro.
Pre-show: la mezz’ora che salva l’evento
Il momento in cui tutto va storto è la mattina dell’evento, quando le slide arrivano nel formato sbagliato e non c’è più tempo. Il pre-show serve proprio a togliere questa scena dalla tua giornata. Cose da fare, in ordine:
- Consegna le slide nel formato/risoluzione giusti, in anticipo. Non la mattina: giorni prima. Se il canvas è 1600×1200, le slide devono essere a 1600×1200 (o almeno nel formato corretto, se le adatta la regia). Concorda in anticipo chi fa l’adattamento: tu, chi fa le slide, o l’operatore del media server.
- Prova la leggibilità in sala, dall’ultima fila. Non dal palco, non dal laptop: cammina fino all’ultima fila e guarda. Il testo si legge? I loghi sono nitidi? I colori non abbagliano? Se qualcosa non si legge, si corregge ora.
- Testa il PiP con il relatore vero (o con qualcuno al suo posto). Controlla che il riquadro non copra il testo, che la dimensione sia giusta, che il lower third stia dove deve. Fallo con le slide reali, non con una schermata di prova.
- Verifica i video nel frame rate corretto. Un video a 30 fps mandato su una catena a 60 (o viceversa) fa micro-scatti (judder) che dal vivo si notano e in ripresa peggiorano. Concorda il frame rate della catena e consegna i video coerenti.
- Controlla i loghi ad alta risoluzione. Il logo dell’azienda ripescato da una vecchia mail a 200 pixel, ingrandito sul ledwall, diventa una scacchiera pixelata visibile a tutti. Serve la versione vettoriale o ad altissima risoluzione. Sempre.
Mezz’ora di pre-show fatto bene vale più di qualsiasi slide bella. È il momento in cui trasformi “speriamo funzioni” in “so che funziona”.
Gli errori comuni (la lista da tenere sott’occhio)
Riassumendo, ecco la collezione degli inciampi che ti fanno fare brutta figura sul ledwall, tutti prevedibili:
- Slide 16:9 stirate su una superficie di formato diverso → facce larghe, cerchi a uovo.
- Testo troppo piccolo → illeggibile dall’ultima fila e ancora peggio in streaming.
- PiP che copre il contenuto → il relatore nasconde il dato di cui sta parlando.
- Relatore gigante → il PiP mangia lo schermo e diventa un mezzobusto invadente.
- Loghi in bassa risoluzione → pixelati e sgranati, il contrario dell’effetto “premium” per cui hai noleggiato il ledwall.
- Video a frame rate sbagliato → micro-scatti che dal vivo distraggono e in ripresa fanno amatoriale.
- Fondi bianchi pieni → abbaglianti, stancano la platea.
- Bande nere non gestite → superficie sprecata e poco elegante quando bastava una scenografia di sfondo.
Nessuno di questi è una fatalità. Sono tutti figli di un unico peccato originale: aver progettato i contenuti senza sapere su cosa sarebbero finiti.
Le domande da fare al fornitore (copiale e portale in riunione)
Alla fine, tutto si riduce a quattro domande. Se le fai in fase di preventivo, ti risparmi il 90% dei problemi, e capisci subito con che tipo di fornitore hai a che fare.
- Che risoluzione esatta, in pixel, avrà la superficie montata per il mio evento? (Non il modello, non il passo: il numero finale di pixel orizzontali × verticali.)
- In che formato e risoluzione devo preparare le slide e i contenuti? (E chi fa l’eventuale adattamento al canvas reale: io o voi?)
- Chi compone il PiP del relatore e la grafica live? (C’è un operatore con media server, o è tutto “avanti slide” da un PC?)
- C’è un operatore dedicato ai contenuti il giorno dell’evento, o solo il noleggio della superficie? (È la domanda che separa il gear-drop dal full-service — vedi Spoke 4.)
Un fornitore serio ti risponde a tutte e quattro senza esitare, e anzi te le fa lui se non le fai tu. Un fornitore che ti risponde vago su queste è un fornitore che ti scarica addosso i problemi il giorno dell’evento. Ora sai distinguerli.
In sintesi
I contenuti sul ledwall non sono “le slide che avevi già, un po’ più grandi”. Sono un progetto a sé, che parte dalla risoluzione reale della superficie, si costruisce su un canvas 1:1, decide consapevolmente l’aspect ratio, tiene il testo dentro una safe area leggibile anche dall’ultima fila e sotto la telecamera, e posiziona il PiP del relatore in modo che valorizzi il contenuto invece di coprirlo. Il tutto pilotato da un “avanti slide” quando basta, o da un operatore con media server quando l’evento merita il risultato “trasmissione”. Se ti sembra tanto, è perché è la parte che fa la differenza tra un evento che sembra fatto in casa e uno che sembra fatto bene. E adesso sai cosa chiedere per averlo.
Per il quadro completo — leggere e confrontare i preventivi di noleggio ledwall, capire cosa c’è dentro e cosa manca — torna alla guida madre: Noleggio LED wall per eventi: leggere e confrontare i preventivi.
Vuoi che i contenuti del tuo evento escano giusti sul ledwall, senza dover diventare tu il regista? In Primo Round progettiamo slide e composizione live sulla risoluzione reale della superficie, gestiamo il PiP del relatore e la regia contenuti, e ci prendiamo la responsabilità che dall’ultima fila si legga tutto. Scopri il servizio eventi digitali e ibridi di Primo Round →
Domande frequenti
Devo davvero progettare le slide alla risoluzione esatta del ledwall e non a 1080p?
Sì. Un ledwall ha un numero fisso di pixel fisici che dipende dalle sue dimensioni e dal passo: un 4×3 metri a passo 2.5 è circa 1600×1200 px in formato 4:3, non 1920×1080. Se progetti a 1080p, il processore deve scalare o deformare il contenuto, con il rischio di slide stirate o bande nere. Progettare sul canvas reale (1:1) è l’unico modo per avere testo nitido e nessuna sorpresa.
Come faccio a sapere la risoluzione esatta della superficie che avrò all’evento?
La chiedi al fornitore, ed è la prima domanda da fare: non il modello o il passo, ma il numero finale di pixel orizzontali × verticali della configurazione montata per il tuo evento. Poiché i ledwall si compongono di moduli, quel numero è spesso “strano” (es. 1728×1152) e lo conosce solo chi ha progettato l’allestimento. Se non sanno rispondere subito, è un segnale da tenere d’occhio.
Dove metto il riquadro del relatore (PiP) senza coprire le slide?
Le posizioni sensate sono l’angolo in basso (riquadro piccolo, quando il contenuto è protagonista) o un terzo dello schermo in split (quando il relatore conta quanto le slide). La regola ferma è che il PiP non deve mai coprire il testo: perciò le slide vanno progettate sapendo dove starà il riquadro, trattando quell’area come zona vietata. Chi fa le slide e chi compone il PiP devono coordinarsi prima dell’evento.
Serve un operatore con media server o basta il classico “avanti slide” da PC?
Dipende dall’evento. Per una presentazione lineare con un solo relatore e nessun PiP live, il “avanti slide” da PC va benissimo ed è più economico. Se invece vuoi il PiP del relatore composto in tempo reale, lo split, la scenografia brandizzata, transizioni pulite e la gestione degli imprevisti senza che si veda, serve un operatore con media server. È una figura in più a preventivo, ma è ciò che ti dà il risultato “trasmissione”.
Che margini di sicurezza e dimensione minima del testo devo usare?
Tieni il contenuto importante lontano dai bordi (un buon 5-10% per lato come safe area), perché i bordi possono essere poco visibili di lato e la telecamera taglia sempre un po’ in ripresa. Per il testo, un riferimento diffuso è un’altezza del carattere pari ad almeno 1/150 della distanza di visione più lontana, con font grassi e alto contrasto che sopravvivono anche allo streaming. Il calcolo preciso lega passo e distanza: lo approfondiamo nello spoke su passo e risoluzione.
Perché i miei loghi e video escono male sul ledwall anche se sul laptop sembravano a posto?
Perché il ledwall si guarda da vicino nei pixel e da lontano nella sala, e non perdona. Un logo a bassa risoluzione ingrandito diventa una scacchiera pixelata: serve la versione vettoriale o ad altissima risoluzione. Un video con frame rate diverso da quello della catena fa micro-scatti (judder) che dal vivo si notano e in ripresa peggiorano. Entrambi si prevengono in pre-show, consegnando asset ad alta risoluzione e video nel frame rate corretto e provandoli in sala.